9) Kierkegaard. Il passaggio dalla morale alla fede.
Kierkegaard osserva che Abramo si pone al di sopra dell'etica come
insieme di valori a cui tutti fanno riferimento e anche al di
sopra del linguaggio, che esiste per esprimere questa dimensione
generale che ogni uomo ha in comune con gli altri. Dove egli si
pone non pu esservi che il silenzio e la solitudine.
S. Kierkegaard, Timore e tremore.

 E' evidente la differenza che separa l'eroe tragico da Abramo.
L'eroe tragico rimane ancora nei confini della morale. Per lui
ogni espressione della morale ha il suo tlos in una espressione
superiore della morale; egli riduce il rapporto morale tra padre e
figlio o tra figlio e padre a un sentimento, la cui dialettica si
riferisce all'idea di moralit. Non  possibile, quindi, che qui
si tratti di una sospensione teleologica della morale, in quanto
tale.
Con Abramo,  tutta un'altra cosa. Col suo atto egli ha varcato i
confini di tutta la sfera morale. Il suo tlos  pi in alto, al
di sopra dell'etica; in vista di questo tlos egli sospende la
morale. Perch vorrei sapere come  possibile ricondurre la sua
azione al Generale, e se  possibile scoprire, fra la sua condotta
e il Generale, un rapporto qualsiasi che non sia quello di aver
oltrepassato questo ultimo. Egli non agisce per salvare un popolo,
n per difendere l'idea dello stato, n per placare gli dei
irritati. Se fosse possibile parlare del corruccio della divinit,
quella collera si rivolgerebbe solo contro Abramo, il cui
comportamento  tanto strettamente privato e tanto estraneo al
Generale. Cos mentre l'eroe tragico  grande per la sua virt
morale, Abramo lo  per una virt affatto personale. Nella sua
vita la morale non trova espressione pi elevata di questa: il
padre deve amare suo figlio. Se nella condotta di Abramo vi fosse
traccia del Generale, ci sarebbe concentrato in Isacco e come
nascosto nei suoi fianchi, e griderebbe allora per bocca sua: Non
lo fare, tu distruggi tutto!.
Perch dunque Abramo lo fa? Per volont, di Dio, come anche, in
modo assolutamente identico, per volont propria. Egli lo fa per
volont di Dio, perch Dio esige questa prova dalla sua fede, e
per volont propria, per poterla fornire, quella prova. L'unit di
questa doppia situazione  ben indicata dalla parola che l'ha
sempre designata:  una prova, una tentazione. Ma che cosa vuol
dire una tentazione? Vuol dire qualcosa che pretende, di solito,
distogliere l'uomo dal suo dovere. Ma qui essa  la moralit
stessa, vogliosa di impedire ad Abramo di compiere la volont di
Dio. Che cos' allora il dovere? L'espressione della volont di
Dio.
A questo punto, se si vuol comprendere Abramo, appare la necessit
di una nuova categoria. Il paganesimo ignora questo genere di
rapporto con la divinit; l'eroe tragico non entra in relazione
privata con essa. Per lui la morale  il divino, onde il paradosso
lo riconduce al Generale per via di mediazione.
Abramo si rifiuta alla mediazione. In altri termini: non pu
parlare. Dal momento in cui parlo, io esprimo il Generale e, se
taccio, nessuno pu comprendermi. Se Abramo vuol esprimersi nel
Generale, deve dire che la sua situazione  quella del dubbio
religioso; perch non c' nessuna espressione pi alta, ricavata
dal Generale, che sia al di sopra del Generale che egli
trasgredisce.
Perci egli mi spaventa, pur suscitando la mia ammirazione. Chi
rinnega se stesso e si sacrifica al dovere, rinuncia al finito per
afferrare l'infinito. E va con sicurezza. L'eroe tragico rinuncia
al certo per il pi certo e lo sguardo di chi lo contempla si posa
fiducioso su di lui. Ma colui che rinuncia al Generale per
afferrare una cosa pi elevata che non  il Generale, che cosa fa
mai? E se non fosse altro che una crisi? E se la cosa  possibile,
ma l'individuo si inganna, che salvezza ci pu essere per lui?
Egli soffre tutto il dolore dell'eroe tragico, annienta la sua
gioia terrestre, rinuncia a tutto, e, forse nel medesimo istante,
si chiude la via della gioia sublime, tanto preziosa ai suoi occhi
da averla voluta conquistare ad ogni prezzo. Lo spettatore non pu
assolutamente comprenderlo, n contemplarlo con fiducia. Forse ci
che  nelle intenzioni dell'uomo di fede non pu essere compiuto,
perch non pu essere concepito. E se pur  eseguibile, ma
l'Individuo si inganna, sulla volont divina, che salvezza gli
rimane? L'eroe tragico ha bisogno di lacrime e reclama le lacrime.
E quale uomo che contemplasse Agamennone con uno sguardo d'invidia
avrebbe gli occhi asciutti e potrebbe non piangere con lui? Ma
quale anima potrebb'essere tanto disviata da osar piangere con
Abramo? L'eroe tragico compie il suo atto in un preciso momento
del tempo; ma con la sua azione, egli vive e compie nelle
generazioni future un azione non meno grande: visita l'anima
piegata sotto la tristezza, colui il cui petto oppresso non pu
respirare n soffocare per i sospiri, nel turbamento dei suoi
pensieri nutriti di lacrime; si mostra a costui, strappa il triste
sortilegio, scioglie i legami, asciuga le lacrime; perch
l'oppresso dimentica le proprie sofferenze in quelle dell'eroe.
Non  possibile piangere su Abramo. Ci si avvicina a lui con un
horror religiosus, come Israele si avvicina al Sinai.
Grande Antologia Filosofica, Marzorati, Milano, 1971, volume
diciottesimo, pagine 1291-1292.
